Gioielleria Nuoro
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Nùoro (provincia) - Gioielleria Rosas: Gioielleria Nuoro
La sconfitta subita dai Sardi a Macomer (1478) segnò la fine dei tentativi per la libertà. Il passaggio alla Spagna unita (1479) non mutò la situazione. Ferdinando il Cattolico, preoccupato di consolidare il dominio, soffocò le autonomie, impose una legislazione livellatrice, concesse la preminenza alla nobiltà spagnola e ostacolò i contatti con il continente italiano. Le lunghe guerre di Carlo V peggiorarono le condizioni. L'amministrazione spagnola, desiderosa di trarne vantaggi immediati, lasciò mano libera alla nobiltà catalana e aragonese, impoverì le campagne e depresse le attività cittadine tanto che si verificò un regresso demografico, accentuato dalla malaria e dalle gravi pestilenze della prima metà del sec. XVII. Il periodo migliore fu il regno di Filippo II (1556-98) per le riforme dell'amministrazione e della giustizia più rispettose dei diritti sardi, per i provvedimenti in favore dell'agricoltura e dell'economia, per la difesa della vita civile (furono costruite torri costiere contro le scorrerie dei pirati), per le iniziative culturali. Tristissimo invece, per il malgoverno impotente, corrotto e fiscale, il regno di Carlo II (1661-1700), seguito, per la successione, da lotte interne tra austrofili e francofili e dalla guerra. I trattati di Utrechtt (1713) e di Rastatt (1714) assegnarono l'isola all'Austria, ma la Spagna non si rassegnò e tentò la riconquista. Sconfitta dalla Quadruplice Alleanza (Francia, Inghilterra, Austria, Olanda) col Trattato di Londra (1718) dovette rinunciare definitivamente a favore di Vittorio Amedeo II di Savoia, che prese possesso della Sardegna (1720) inviando il barone di Saint-Rhémy col titolo di viceré. Ebbero inizio allora alcune riforme, continuate con più ampio respiro da Carlo Emanuele III (1730-73) per dare vita all'industria, rianimare l'agricoltura, riordinare l'amministrazione e la giustizia, limitare i privilegi, soprattutto del clero.
Le strutture feudali, che tuttavia persistevano, cominciarono a destare insofferenze e fermenti, specialmente dopo lo scoppio della Rivoluzione a Parigi (1789). Il malcontento non impedì però che i rami del Parlamento, gli stamenti, raccogliessero truppe locali e sventassero i tentativi di sbarco della flotta francese (1792-93). In compenso della fedeltà chiesero al re riforme costituzionali. Il rifiuto provocò una rivolta che, nata a Cagliari (1793), dilagò in tutta l'isola scacciando i Piemontesi. Il moto tuttavia mantenne un carattere economico e sociale più che politico: fu volto contro i grandi feudatari e non contro la sovranità dei Savoia, che anzi furono accolti esuli (1799). La lotta antifeudale si acuì nel 1795 con la spedizione contro i maggiorenti di Sassari; ma le grandi famiglie, costretto alla fuga Gian Maria Angioj, capo dei rivoluzionari, predominarono nonostante il ripetersi delle sommosse. Carlo Felice, prima come viceré poi come re, cercò di sanare le contese con quelle riforme che i suoi principi antiquati gli permisero. Più innovatrici invece quelle di Carlo Alberto: abolizione dei diritti feudali (1835) e, su richiesta del Parlamento sardo, parità di diritti col Piemonte (1848). L'insorgere di altri gravi problemi minimizzò i miglioramenti. Questi divennero più sensibili solo dopo l'unità d'Italia (1861), favoriti da uno sfruttamento minerario più intenso, dalla costruzione di ferrovie, da incentivi industriali. Ciononostante il progresso era lento anche per l'accentramento politico e amministrativo non sempre consono agli interessi isolani.